Coaching “vero” per manager: niente accade per caso.

FacebookpinterestlinkedinmailFacebookpinterestlinkedinmail

La curiosità, le antenne dritte, la volontà di osservare ciò che ci passa davanti agli occhi, l’attenzione alle storie e alle persone. E’ così che spesso arriva l’ispirazione. E nasce la voglia di fare le cose, di farle bene.
(Alex Zanardi – Quel ficcanaso di Zanardi)

Fare bene le cose…banale forse, ma indubitabilmente vero. 
Oggi più che mai dobbiamo riscoprire il valore di fare bene le cose e l’orgoglio e la soddisfazione che ne derivano.
“Noi” siamo anche il nostro lavoro, dobbiamo rivalutare e riqualificare l’importanza di un lavoro ben fatto, solo così potremo ricostruire quel legame importante tra uomo e lavoro che è andato distrutto.

La new economy ha distrutto due forme tradizionali di ricompensa per il lavoro svolto. Tradizionalmente, ci si aspettava che le aziende che prosperavano premiassero i dipendenti che lavoravano sodo, a tutti i livelli. Nelle aziende della new economy, invece la porzione di ricchezza destinata ai dipendenti di livello intermedio è rimasta stagnante lungo tutta l’ultima generazione, benchè quella di coloro che stanno ai vertici sia salita alle stelle.
Per esempio, nel 1974 il direttore generale di una azienda americana di grandi dimensioni guadagnava trenta volte di più di un quadro intermedio; nel 2004, guadagnava da trecentocinquanta a quattrocento volte tanto. Nell’arco di questi trent’anni, lo stipendio reale dei quadri intermedi è aumentato solo del quattro per cento.
Nel caso della generazione precedente, anche la semplice continuità di servizio nell’azienda veniva premiata con il meccanismo burocratico degli aumenti automatici della retribuzione in base all’anzianità. Nella new economy non più: le aziende si pongono obiettivi a breve termine, preferiscono i giovani alla prima esperienza ai lavoratori più anziani, considerati più rigidi; il che, per il lavoratore, significa che man mano che accumula esperienza, questa perde valore nell’istituzione. I tecnici della Silicon Valley, con i quali abbiamo cominciato la ricerca, per superare questo scoglio non vedevano altra soluzione che specializzarsi ulteriormente, costruendosi una sorta di armamentario incorporato da poter trasferire da un’azienda all’altra.
Ma la maestria tecnica non basta a proteggerli. Nell’odierno mercato globale, i lavoratori qualificati intermedi rischiano di dover cedere il posto a un loro pari indiano o cinese, che è in possesso delle medesime competenze ma lavora per una paga inferiore; oggi, la perdita del posto di lavoro non riguarda più soltanto la classe operaia. Inoltre, molte aziende tendono a non investire a lungo termine sulle abilità del lavoratore, e preferiscono fare nuove assunzioni, di persone che già posseggono le nuove competenze richieste, piuttosto che impegnarsi nel più costoso processo di riqualificazione.
(Richard Sennett – L’uomo artigiano)

La ricerca di Sennett racconta una realtà comune a molte organizzazioni, per fortuna vi sono delle interessanti eccezioni: le aziende che hanno mandato le loro persone al Boot Camp (The Instructor, the Man and the Job) che si è concluso la scorsa settimana e ospitato da Freudenberg, ne sono una chiara dimostrazione. 
Ha ancora senso lavorare sulle competenze e secondo chi scrive, è ancora il miglior investimento che un imprenditore o un manager possa decidere. 
E’ un investimento sul medio-lungo termine che scommette sul futuro dell’azienda e sull’importanza delle persone. 
Boot Camp –, la formula innovativa da noi creata per l’acquisizione di nuove competenze e abilità, verteva su imparare a insegnaree aveva l’obiettivo di fornire ai partecipanti un metodo pratico, efficace ed efficiente per condurre un addestramento ben fatto.
E un addestramento ben fatto rimane, ancora oggi, un elemento fondamentale per formare persone capaci di lavorare bene, sia in fabbrica che negli uffici.
Passata la moda di Industry 4.0 (ma dove sono finiti tutti i guru che ne decantavano le lodi?) finalmente possiamo tornare al ruolo centrale delle persone che anche e a maggior ragione in un’epoca di robot e algoritmi faranno, almeno ancora per molti anni, la differenza.
E al di là di tanti psicologismi, di tante chiacchiere su performance e coaching, un metodo robusto e un mindset ben conformato, fanno e continueranno a fare la differenza.

L’abilità è una capacità pratica ottenuta con l’esercizio. In questo senso, l’abilità è contrapposta all’ispirazione, all’illuminazione improvvisa. Il fascino dell’ispirazione deriva in parte dalla convinzione che il talento naturale possa prendere il posto del tirocinio. A supporto di questa convinzione vengono spesso citati, a torto, i bambini prodigio della musica. Indubbiamente, un bambino prodigio come Mozart, per esempio, possedeva la capacità naturale di ricordare lunghe sequenze di note, ma non dimentichiamo che dai cinque ai sette anni il piccolo Wolfang esercitò assiduamente la sua innata memoria musicale in improvvisazioni alla tastiera. Elaborò addirittura dei metodi per dare un’apparenza di spontaneità alla musica che suonava. E la musica che poi trascriveva appariva spontanea perché la buttava giù nello spartito quasi senza correzioni, ma dalle sue lettere apprendiamo che prima di metterli per iscritto ripassava più e più volte i suoi brani nella mente.
Conviene diffidare di ogni pretesa di talento innato, non educato.

(…) Lo sviluppo delle abilità tecniche dipende da come è strutturata la ripetizione. Ecco perché, nella musica come nello sport, la durata di una seduta di esercitazioni va calibrata attentamente: il numero di ripetizioni di un pezzo non può oltrepassare la durata della capacità di attenzione in ogni fase data.
(Richard Sennett – L’uomo artigiano)

Meno talento e più metodo e riqualificazione dei dipendenti più “anziani”, che con l’allungarsi dell’età lavorativa rimarranno molto a lungo in azienda.
Insomma, il contrario di quello che fanno alcune aziende e che propongono alcuni cosiddetti “esperti” di formazione che forse farebbero bene a seguire meno le mode e a studiare meglio quello che la scienza (quella vera) scopre e dimostra.
Meno “X-Factor” e più concretezza…!

Per concludere questa breve riflessione torniamo a Zanardi:
La grande lezione che insegna lo sport: niente accade per caso.
Per quanto talento tu possa ricevere quando nasci, per quanto le circostanze possono aiutarti, al vertice ci arrivi solo se lavori, lavori, lavori. E in questo lungo percorso devi saper anche trovare il piacere di farlo, perché altrimenti non dura.
(…) Credere nel lavoro, sapere che paga sempre, farsi amica la fatica.
(Alex Zanardi – Quel ficcanaso di Zanardi)

Niente accade per caso, neanche il successo, che come diceva Seneca è “quando l’occasione incontra la preparazione” e sulla ‘preparazione’ bisogna lavorare con tanto impegno, metodo e tanta fatica.
Niente accade per caso: credete nel lavoro, serio, svolto con impegno, con dedizione e passione.

Da ultimo, un ringraziamento al team di Freudenberg per aver reso il Boot Camp possibile e per l’ospitalità, la disponibilità, la professionalità e la gentilezza dimostrate in così tante occasioni. 
Grazie davvero!
E ai partecipanti sfiniti dopo tre giorni intensi… praticate, praticate, praticate! Ho ricevuto molto da voi tutti, spero di avervi lasciato qualcosa. 
Grazie di cuore!

Keep going!

Buona settimana
Massimo
Design a better world!

Training within Industry anzi…within park. (15 aprile 2018)
L’arte di fare le cose. (3 aprile 2016)

Pubblichiamo un nuovo post ogni settimana, se desideri riceverlo iscriviti:

Nome e cognome (richiesto)

Professione

Indirizzo email (richiesto)

Seguici e tieniti informato :
pinterestlinkedinyoutubeinstagrampinterestlinkedinyoutubeinstagram